Pochi giorni fa, un amico mi ha condotto in un punto del lungomare napoletano per mostrarmi questa scritta apparsa chissà quando su un muretto.
Il messaggio recitava: «Lo Stato è fallito. Godiamoci la vita».
Commovente! Qualcuno si è preso la briga, magari con anarchiche intenzioni polemiche, di scrivere questa cosa nient’affatto scontata. Bisognerebbe sottoporre la questione a Zizek che nel suo Godimento come fattore politico o nel bellissimo Il soggetto scabroso (entrambi pubblicati da Raffaello Cortina Editore) sviluppa quel filone d’oro della miniera lacaniana che è il rapporto tra godimento, capitalismo e soggetto. Oppure, l’autore di questo enunciato ha forse letto proprio di recente L’uomo senza inconscio di Massimo Recalcati (di nuovo Cortina), altra illuminante riflessione sulla condizione umana nell’epoca ipercapitalista a godimento coatto.
Tuttavia, a meno che questa frase non sia stata vergata dal mio stesso amico, che ama bighellonare certe notti e magari si è divertito alle mie spalle a giocare al piccolo apocrifo, la cosa più probabile è che il nostro anarchico chiosatore sia un ispirato provocatore, che ha saputo però cogliere la profondissima verità nonché il sentimento inconfessato, ma universale, che alberga al cuore delle società contemporanee a frustrazione avanzata: l’idea, insomma, che qualcun altro si sia inspiegabilmente arrogato il diritto di godersi la vita al posto nostro, e che la maggior parte di noi conduca la propria vita lavorativa e non solo in una sorta di costante amputazione, il cui sintomo è l’infelicità. Ancora, è come se dietro questa frase vi sia l’idea che oggi, di fronte all’ostentazione di un godimento di Stato infinito, dal potenziale inesauribile, l’esistenza individuale anonima sia ridotta a nulla, polverizzata e violentemente relegata al voyeuristico stare a guardare qualcosa (la vita stessa, se c’è) che si compie altrove; oppure, il che è equivalente, che la forma stessa del capitalismo e dello Stato neoliberale contemporaneo sia per costituzione radicalmente perversa poiché produttrice – per statuto – di frustrazione e infelicità, prodotti questi che servono da combustibile alla stessa matrice perversa, chiudendo così un circolo dalle possibilità di sfruttamento inesauribili.
Insomma, se su quel muretto ci fosse spazio a sufficienza vi apporrei una splendida strofa di una poesia di Pasolini che sembra essere fatta della stessa rabbia soffocata e disperata:
…
Siamo stanchi di diventare giovani seri,
o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:
vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare
qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.
Non vogliamo essere subito già così sicuri.
Non vogliamo essere subito già così senza sogni.
…