I manoscritti non bruciano. Gli archivi letterari del KGB

marzo 10th, 2011 § 0 commenti § permalink

 

«Me lo fac­cia vedere», Voland gli tese la mano con la palma rivolta verso l’alto.

«Pur­troppo mi è impos­si­bile», rispose il Mae­stro, «per­ché l’ho bru­ciato nella stufa».

«Mi scusi, ma non le credo», rispose Voland. «Que­sto non può essere. I mano­scritti non bruciano».

(Bul­ga­kov – Il Mae­stro e Mar­ghe­rita)

 

Que­sta recen­sione è anche qui


Vor­rei par­lare di un libro splen­dido e non più ripub­bli­cato. S’intitola I mano­scritti non bru­ciano. Gli archivi let­te­rari del KGB, edito nel 1994 da Gar­zanti. L’autore è Vita­lij Sen­ta­lin­skij, poeta e scrit­tore russo, nato nel 1939, al quale va dato l’immenso merito di aver for­nito una prima filo­lo­gica, corag­giosa rico­stru­zione di una parte fon­da­men­tale – e per ovvie ragioni celata – della sto­ria let­te­ra­ria, poli­tica e sociale della Rus­sia sovie­tica, quella che riguarda appunto gli archivi let­te­rari della Lubjanka.

 Que­sto libro è anche occa­sione per una breve rifles­sione su come il ter­rore che pro­paga dai tota­li­ta­ri­smi debba neces­sa­ria­mente repri­mere e spaz­zar via il cri­stallo della poe­sia per poter cre­dere di sopravvivere.

Il potere quanto più è feroce tanto più è a cac­cia dei poeti

Il libro di Sen­ta­lin­skij è innanzitutto un’opera pre­ziosa. Lo è per­ché l’autore ha cre­duto che la bat­tuta di Voland al Mae­stro nel capo­la­voro di Bul­ga­kov fosse in fondo plau­si­bile: i mano­scritti non bru­ciano. Non tutti almeno.

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«Lo Stato è fallito. Godiamoci la vita»

febbraio 23rd, 2011 § 0 commenti § permalink

Pochi giorni fa, un amico mi ha con­dotto in un punto del lun­go­mare napo­le­tano per mostrarmi que­sta scritta apparsa chissà quando su un muretto.

Il mes­sag­gio reci­tava: «Lo Stato è fal­lito. Godia­moci la vita».

Com­mo­vente! Qual­cuno si è preso la briga, magari con anar­chi­che inten­zioni pole­mi­che, di scri­vere que­sta cosa nient’affatto scon­tata. Biso­gne­rebbe sot­to­porre la que­stione a Zizek che nel suo Godi­mento come fat­tore poli­tico o nel bel­lis­simo Il sog­getto sca­broso (entrambi pub­bli­cati da Raf­faello Cor­tina Edi­tore) svi­luppa quel filone d’oro della miniera laca­niana che è il rap­porto tra godi­mento, capi­ta­li­smo e sog­getto. Oppure, l’autore di que­sto enun­ciato ha forse letto pro­prio di recente L’uomo senza incon­scio di Mas­simo Recal­cati (di nuovo Cor­tina), altra illu­mi­nante rifles­sione sulla con­di­zione umana nell’epoca iper­ca­pi­ta­li­sta a godi­mento coatto.

Tut­ta­via, a meno che que­sta frase non sia stata ver­gata dal mio stesso amico, che ama bighel­lo­nare certe notti e magari si è diver­tito alle mie spalle a gio­care al pic­colo apo­crifo, la cosa più pro­ba­bile è che il nostro anar­chico chio­sa­tore sia un ispi­rato pro­vo­ca­tore, che ha saputo però cogliere la pro­fon­dis­sima verità non­ché il sen­ti­mento incon­fes­sato, ma uni­ver­sale, che alberga al cuore delle società con­tem­po­ra­nee a fru­stra­zione avan­zata: l’idea, insomma, che qual­cun altro si sia inspie­ga­bil­mente arro­gato il diritto di godersi la vita al posto nostro, e che la mag­gior parte di noi con­duca la pro­pria vita lavo­ra­tiva e non solo in una sorta di costante ampu­ta­zione, il cui sin­tomo è l’infelicità. Ancora, è come se die­tro que­sta frase vi sia l’idea che oggi, di fronte all’ostentazione di un godi­mento di Stato infi­nito, dal poten­ziale ine­sau­ri­bile, l’esistenza indi­vi­duale ano­nima sia ridotta a nulla, pol­ve­riz­zata e vio­len­te­mente rele­gata al voyeu­ri­stico stare a guar­dare qual­cosa (la vita stessa, se c’è) che si com­pie altrove; oppure, il che è equi­va­lente, che la forma stessa del capi­ta­li­smo e dello Stato neo­li­be­rale con­tem­po­ra­neo sia per costi­tu­zione radi­cal­mente per­versa poi­ché pro­dut­trice – per sta­tuto – di fru­stra­zione e infe­li­cità, pro­dotti que­sti che ser­vono da com­bu­sti­bile alla stessa matrice per­versa, chiu­dendo così un cir­colo dalle pos­si­bi­lità di sfrut­ta­mento inesauribili.

Insomma, se su quel muretto ci fosse spa­zio a suf­fi­cienza vi appor­rei una splen­dida strofa di una poe­sia di Paso­lini che sem­bra essere fatta della stessa rab­bia sof­fo­cata e disperata:

Siamo stan­chi di diven­tare gio­vani seri,

o con­tenti per forza, o cri­mi­nali, o nevrotici:

vogliamo ridere, essere inno­centi, aspettare

qual­cosa dalla vita, chie­dere, ignorare.

Non vogliamo essere subito già così sicuri.

Non vogliamo essere subito già così senza sogni.

Fermata nel deserto

febbraio 18th, 2011 § 0 commenti § permalink

Ho final­mente tro­vato su una ban­ca­rella a Roma que­sto bel libro di Brod­skij pub­bli­cato nella glo­riosa, e illu­mi­nata, col­lana «Lo Spec­chio». Ecco cosa scri­vevo qual­che tempo fa, in altri luoghi:

«In ultima ana­lisi, anche se uno scrit­tore pensa il con­tra­rio, egli è sol­tanto uno stru­mento della lin­gua, uno dei mezzi dell’esistenza della lin­gua. Siamo immersi nella lin­gua come dei corpi nell’acqua».

E così che Josif Brod­skij, pre­mio Nobel per la let­te­ra­tura, scrive nella nota finale all’edizione ita­liana di Fer­mata nel deserto (a cura di G. But­ta­fava, Mon­da­dori, Milano 1979); quasi a voler riba­dire, prima ancora che come poeta, il suo rap­porto da essere umano con la parola.
Mi chiedo come sia pos­si­bile che una rac­colta del genere, che com­prende un arco poe­tico che va dal 1962 al 1974 circa, e che segna l’ingresso nella poe­sia mon­diale di uno dei mag­giori poeti russi del secolo scorso, sia repe­ri­bile ora­mai solo dall’immemoriale scaf­fale di una biblio­teca comunale/nazionale ben for­nita. Io, mio mal­grado, ne pos­seggo sol­tanto una fotocopia.

E avevo sot­to­li­neato una poe­sia, a futura memo­ria, una poe­sia che oggi, a distanza di dieci anni, trovo di una mera­vi­glia pura, e di cui riporto un brano, solo l’inizio:

Col­lo­quio con un celeste

Qui sulla terra dove
cadevo in estasi o in ere­sia
dove, scal­dan­domi nei ricordi degli altri,
vivevo come un ratto nella cenere,
dove peg­gio d’un topo
rodevo il dizio­na­rio in corpo otto
di una lin­gua che a me è materna e a te stra­niera
e dove, gra­zie a te, fisso dall’alto
me stesso, non scor­gendo
in nes­sun modo un luogo da toc­care
con il verbo, non domi­nando più la gola,
sof­fo­cando per un cenno del capo
d’una toni­truante
caro­gna, umet­tan­domi le lab­bra,
invece di casta­lio umore, di saliva,
come la torre di Pisa incli­nan­domi
sulla carta, di notte,

io ti rendo il tuo dono:
non l’ho nasco­sto, non l’ho sper­pe­rato
in festini, e se l’anima avesse un pro­filo,
tu vedre­sti che essa è solo un calco
del dono dolo­roso,
che più nulla pos­siede e che è rivolta
verso di te, insieme al tuo dono.

Codex Seraphinianus

febbraio 15th, 2011 § 0 commenti § permalink

Espu­gnato un con­vento, sod­di­sfatti i biso­gni pri­mari di cibo e di sac­cheg­gio, qual­che Unno o un altro bar­baro igno­rante di alfa­beti sarà certo pene­trato fino alla biblio­teca, e là avrà sfo­gliato con mera­vi­glia un codice miniato. Vor­rei che il let­tore sfo­gliasse il “Codex Sera­phi­nia­nus” come quel guer­riero; oppure come un bimbo che ancora non ha appreso la let­tura, ma che gioi­sce dei sogni o delle fan­ta­sie che le imma­gini gli suggeriscono…

Sono que­ste le illu­mi­nanti parole di Franco Maria Ricci, primo edi­tore di un’opera folle, spro­por­zio­nata, vio­len­te­mente visio­na­ria, scritta in una lin­gua ine­si­stente, fan­ta­stica, dai carat­teri inven­tati, quel Codex Sera­phi­nia­nus, rie­dito nel 2006 da Riz­zoli, in carta pre­giata, da cui ho tratto la pic­cola imma­gine che illu­stra que­sto blog. » Con­ti­nua a leggere «

Non si è poeti il tempo di una poesia…

novembre 27th, 2010 § 0 commenti § permalink

pasoTri­ste è il giorno in cui sco­pri che un dise­gno di impo­ve­ri­mento gene­rale della cul­tura si è tra­dotto dav­vero nel sin­golo, il quale lo incarna, ne assume il l’allure, per così dire, pie­gan­dosi a pic­coli con­for­mi­smi, a pic­coli fasci­smi. Negli ultimi tempi mi è capi­tato di toc­care con mano quanto da anni si pre­para a livello nazio­nale, se non glo­bale, ai danni della cul­tura. Non c’è nulla da fare, le parole ci attra­ver­sano, senza saperlo le parole ci tra­pas­sano, nel bene e nel male. Sono tempi di un cini­smo disar­mante, di un con­for­mi­smo che ormai ha messo radici nelle zone più pro­fonde e cru­ciali dell’essere umano. L’impaurimento è ormai assi­mi­lato, dive­nuto com­po­nente del nostro agire, del nostro pen­sare. Il rap­porto tra paura, con­for­mi­smo e omo­lo­ga­zione è sem­pre diretto e imme­diato: in una società in cui pre­do­mi­nano paure e insi­cu­rezze le per­sone cer­che­ranno quasi incon­sa­pe­vol­mente e com­pul­si­va­mente il muc­chio, la con­ferma di massa, l’alveo di un pen­siero, di un gusto e di una morale che assi­cu­rino loro la mas­sima garan­zia con­tro l’isolamento. La cosa assume poi le forme più sva­riate. Non è solo una que­stione di mode o di luo­ghi comuni, ma è qual­cosa che si mani­fe­sta a più livelli: nell’autocensura (per minima, quo­ti­diana), nella deni­gra­zione, nel modo in cui si discute oppri­mendo, nel non essere più in grado di assu­mere posi­zioni cul­tu­rali forti, nell’assenza di corag­gio, nel fata­li­smo, nell’accettazione pas­siva di un indi­stinto “così è”, nel cini­smo e nella dif­fi­denza dei con­ti­nenti (il “non si sa mai…”), nella sem­pre più mar­cata assenza di una aperta e libera  gene­ro­sità, epi­fe­no­meno que­sto più inquie­tante dello stato di paura e di omo­lo­ga­zione in cui viviamo. 

Sono giorni tri­sti. 

Per for­tuna c’è chi se ne sta sui tetti.

Gli sbandati. Alla mia generazione. Ai padri.

novembre 22nd, 2010 § 3 comments § permalink

Con­tra­ria­mente a quanto soste­neva Paso­lini (il quale con­no­tava nega­ti­va­mente un certo pas­sag­gio epo­cale della nostra sto­ria), più di una gene­ra­zione, oggi, non vedrà assi­cu­rata «un’esistenza simile a quella dei padri».
Per la prima volta, anzi, la mia gene­ra­zione (coloro che sono nati introno alla metà degli anni Set­tanta) non ripe­terà e nem­meno con­fer­merà l’esistenza, il “tenore”, della vita dei padri. Per la prima volta nella sto­ria repub­bli­cana l’Italia non solo è un paese più povero (nel senso in cui è povero un paese eco­no­mi­ca­mente e cul­tu­ral­mente inca­pace di imma­gi­nare un futuro migliore), non solo, dun­que, è più povero rispetto a un’idea (men­dace) di pro­gresso e di “svi­luppo”, ma, soprat­tutto, è un paese in cui i figli, che stanno diven­tando uomini e, in taluni casi, a loro volta padri, sono costretti a fare i conti con la rot­tura di uno schema di “pro­gresso”, se non con l’idea di “miglio­ra­mento” o almeno di “con­ser­va­zione” della con­di­zione eco­no­mica ed esi­sten­ziale ele­men­tare dei loro padri.
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Psicopolitica

novembre 17th, 2010 § 0 commenti § permalink

Se io affermo che tu non esi­sti non è detto che que­sto non abbia con­se­guenze nella realtà. 
Se io non rico­no­sco l’esistenza di un altro all’interno di un deter­mi­nato campo (amo­roso, poli­tico, fami­liare), bene, è molto pro­ba­bile che costui finirà col dile­guare o  com­pro­met­tere parte di quella cer­tezza “natu­rale” che è il sen­ti­mento del pro­prio “posto” nel mondo. Le con­se­guenze sono vacil­la­mento, senso di tra­spa­renza, vacuità.

Adesso, la sud­detta ipo­tesi cor­ri­sponde pres­sap­poco a quanto sta acca­dendo da vent’anni circa nella poli­tica ita­liana: un uomo (solo e quasi non più al comando, oggi) ha costan­te­mente negato al pro­prio avver­sa­rio il diritto all’esistenza (poli­tica), e lo ha fatto sem­pli­ce­mente non rico­no­scen­dolo. Ancora è di pochi giorni fa l’affermazione da parte di que­sto uomo (sem­pre più solo) che la sini­stra non è ancora demo­cra­tica, che non è ancora “pre­sen­ta­bile”. » Con­ti­nua a leggere «

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